Gli atti del congresso

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INTRODUZIONE
La Pace, è un diritto fondamentale di ogni Popolo, di ogni singolo individuo; la Pace, appartiene alla natura umana al diritto di Santità a cui ogni coscienza è chiamata da Dio.
La morale cattolica, ne consolida il contenuto in una descrizione dei valori della fede dove il concetto:< beati i mansueti essi erediteranno il regno dei cieli > …, edificare ed edificarsi per la Pace, è l’aspirazione a cui ogni popolo con la sua civiltà e la circostanza di crescita morale deve aspirare nell’educare con la politica del bene ogni cittadino alla coscienza stessa del vivere in Pace.
E’ il microcosmo, che in primis bisogna esercitare al divenire della coscienza stessa del bene; il singolo individuo deve interpretarne i simboli stessi ed il loro contenuto per vivere in Pace con se stesso, alla ricerca della fonte stessa, di questa verità; nelle proprie possibilità individuali e della propria anima, nell’identificarsi nell’amore di Dio per trarne sostentamento e nutrimento spirituale.
Da ciò, ne scaturisce la parola e l’agire: la parola nella sapienza di conoscere Dio e l’agire nella prudenza.
In tale identità teologica, il cristiano identifica se stesso come strumento di Pace nell’agire e nell’interpretare le leggi di Dio. Così, l’umano diventa espressione del bene Supremo nell’interpretare l’amore della Madre Divina, dispensatrice di ogni bene.
La preghiera, consolida la Pace interiore, con i frutti santificati della carità, del perdono e dell’accoglienza, nel comprendere i deboli, i meno fortunati i derelitti umani, spesso alla deriva.
Il senso fondamentale di questo significare la Pace, carissimi amici, sta proprio nella coscienza, in questo microcosmo, centro e fondamento stesso dell’universo, una Pace interiore che sia il fondamento stesso della nuova era, il rinnovamento della coscienza umana alla luce di Cristo Risorto.
L’era in cui la Madre Celeste, la Vergine Maria, sia nel cuore e nella coscienza di ognuno, nessuno escluso. Nel concepire il bene, il valore stesso della Pace, fruttifica la santità dell’uomo in quanto figlio di Dio, così, ogni corso d’acqua ed ogni ruscello, disseta la terra, ogni pianta ed ogni essere ne trae nutrimento per dissetare ed acquietare l’anima nel costruire la sua pace interiore, che è la pace di tutti.
Ogni parola di bene, dà pane, sazia ed acquieta: con la trilogia della parola, invito a riflettere e a capire, per perseverare nel bene ed in Pace con se stessi, con Dio e con l’umanità.

Salvatore Bassotto
Rettore e Presidente Internazionale
Università della Cultura “Giovanni Paolo II”


S.E. Mons. Michele Pennisi
Vescovo della Diocesi di Piazza Armerina
Relazione alla Giornata Internazionale della Pace 2008
organizzata dalla Accademia Araldica Internazionale “Giovanni Paolo II”-
Università della Cultura sul tema
“San Francesco d’Assisi Messaggero Universale”

Oggi nella festa di S. Francesco d'Assisi, patrono d'Italia vogliamo celebrare la giornata internazionale della pace.
S. Francesco è il profeta che sostituisce il dialogo alla violenza andando incontro al Saladino disarmato con la sola arma del Vangelo, è il santo dell'armonia ritrovata tra cosmo e umanità, che sgrida il lupo e canta insieme ai passeri la gloria di Dio.
Ma è importante scoprire il volto più propriamente cristiano ed ecclesiale di questo santo, il nocciolo duro della sua esperienza che oggi può esigere da noi la conversione.
Prima di tutto, la sua aderenza costante all'insegnamento evangelico, alle parole e alla figura stessa di Gesù. L'impressione che Francesco suscitò nei suoi contemporanei fu quella della sua configurazione a Cristo visto non tanto come Signore trionfante o come Giudice severo, ma nella sua umanità di bambino nato in estrema povertà e nella sua nudità di Crocifisso.
Il segreto di tutta la sua vita fu l'amore a Cristo. Francesco amò Cristo in tutta la sua concretezza storica: nelle creature inanimate, negli uomini soprattutto poveri e sofferenti a partire dai lebbrosi che baciò, nella S. Scrittura, nell'Eucaristia, nella Chiesa terrena.
In un periodo fra i più bui della storia della chiesa, il paradosso di Francesco fu quello di voler rassomigliare a Cristo senza offrire il minimo pretesto per rifiutare o mettere in difficoltà la Chiesa, che venne sostenuta da lui, come raffigurato nel famoso sogni di papa Innocenzo dipinto da Giotto. San Francesco è andato dai Musulmani con mitezza e bontà e non con la spada dell’odio ma con il messaggio dell’amore e l’arma del dialogo fondato sull’annuncio del vangelo anche al Sultano senza infingimenti diplomatici ma anche nel rispetto della libertà di coscienza.
San Francesco è diventato il santo che ha augurato la pace e il bene per tutti ed Assisi è diventata la città simbolo della pace e della fraternità universale.
Proprio da Assisi è stato inviato nel 2002 dal Santo Padre Giovanni Paolo II una lettera ai capi di Stato e di Governo con la quale si trasmetteva loro il “Decalogo di Assisi per la Pace” elaborato dai rappresentanti delle varie religioni ad Assisi il 24 gennaio 2002, al quale anch’io ebbe la fortuna di prendere parte.


Ecco il testo di questo Decalogo.

1. Ci impegniamo a proclamare la nostra ferma convinzione che la violenza e il terrorismo si oppongono al vero spirito religioso e, condannando qualsiasi ricorso alla violenza e alla guerra in nome di Dio o della religione, ci impegniamo a fare tutto il possibile per sradicare le cause del terrorismo.

2. Ci impegniamo a educare le persone al rispetto e alla stima reciproci, affinché si possa giungere a una coesistenza pacifica e solidale fra i membri di etnie, di culture e di religioni diverse.

3. Ci impegniamo a promuovere la cultura del dialogo, affinché si sviluppino la comprensione e la fiducia reciproche fra gli individui e fra i popoli, poiché tali sono le condizioni di una pace autentica.

4. Ci impegniamo a difendere il diritto di ogni persona umana a condurre un'esistenza degna, conforme alla sua identità culturale, e a fondare liberamente una propria famiglia.

5. Ci impegniamo a dialogare con sincerità e pazienza, non considerando ciò che ci separa come un muro insormontabile, ma, al contrario, riconoscendo che il confronto con la diversità degli altri può diventare un'occasione di maggiore comprensione reciproca.

6. Ci impegniamo a perdonarci reciprocamente gli errori e i pregiudizi del passato e del presente, e a sostenerci nello sforzo comune per vincere l'egoismo e l'abuso, l'odio e la violenza, e per imparare dal passato che la pace senza la giustizia non è una pace vera.

7. Ci impegniamo a stare accanto a quanti soffrono per la miseria e l'abbandono, facendoci voce di quanti non hanno voce e operando concretamente per superare simili situazioni, convinti che nessuno possa essere felice da solo.

8. Ci impegniamo a fare nostro il grido di quanti non si rassegnano alla violenza e al male, e desideriamo contribuire con tutte le nostre forze a dare all'umanità del nostro tempo una reale speranza di giustizia e di pace.

9. Ci impegniamo a incoraggiare qualsiasi iniziativa che promuova l'amicizia fra i popoli, convinti che, se manca un'intesa solida fra i popoli, il progresso tecnologico espone il mondo a crescenti rischi di distruzione e di morte.

10. Ci impegniamo a chiedere ai responsabili delle nazioni di compiere tutti gli sforzi possibili affinché, a livello nazionale e a livello internazionale, sia edificato e consolidato un mondo di solidarietà e di pace fondato sulla giustizia. In questo mio intervento vorrei sottolineare come il tema della pace, è un tema centrale per l'umanità ed anche per la Chiesa.
Ripercorrendo l'insieme degli interventi dei papi del Novecento sulla pace, si ha l'impressione che la Chiesa cattolica abbia individuato nel secolo appena trascorso nella ricerca e promozione della pace una dimensione nuova ed importante dell'esercizio della sua missione evangelizzatrice.
La ricerca della pace è venuta apparendo sempre più come un aspetto essenziale del dialogo della Chiesa con gli uomini del nostro tempo, un importante banco di prova della testimonianza di carità che la Chiesa ha da dare al mondo, un contenuto non secondario dello stesso annunzio cristiano.
Cominciò Benedetto XV, durante la prima guerra mondiale, col definire la guerra «inutile strage», scontentando non solo i governi delle potenze in conflitto ma anche grosse componenti della Chiesa del tempo che non comprendevano un giudizio tanto radicalmente negativo e che stroncava alla radice le giustificazioni nazionaliste che le parti in causa davano del loro impegno bellico.
E fu poi il successore Pio XI, mentre l'Europa si preparava al secondo conflitto mondiale, a dichiarare tutta la sua avversione alla guerra, invocando Dio, con le parole del salmo, a disperdere coloro che vogliono la guerra.
Nello sviluppo del pensiero cattolico circa i problemi della pace e della guerra mi sembra interessante il contributo dato dal nostro conterraneo don Luigi Sturzo in varie opere, ma soprattutto nell'opera "La comunità internazionale e il diritto di guerra" pubblicata nel 1929.
Gli argomenti sturziani riguardo l'impegno politico per la pace si possono sintetizzare in quattro nuclei tematici:
1)la politica è vera politica solo quando è "retta" ossia si richiama ai valori morali e innanzitutto al rispetto della persona umana.
2) le nazioni debbono essere, in alcuni casi essere sottoposti a precisi limiti politici da parte di una autorità internazionale ;
3)La Società delle Nazioni è di fondamentale importanza per una cultura politica in favore della pace.
4)la politica deve indirizzare l'economia e non viceversa.
Per don Sturzo gli elementi costitutivi di una comunità internazionale pacifica sono: una retta politica, una economia giusta, l'autocritica, l'educazione e l'autoeducazione della volontà ad una cultura di pace alla luce dell'universalismo evangelico.
Pio XII, poi, nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, lanciò l’appello. «Tutto è perduto con la guerra, niente è perduto con la pace».
E negli anni Sessanta pochi mesi dopo il superamento della crisi di Cuba e due anni dopo l'erezione del muro di Berlino, Giovanni XXIII pubblicò l'enciclica Pacem in terris con cui diceva forte la sua convinzione che la pace non è impossibile.
La pace per Giovanni XXIII poggia idealmente su quattro colonne: la verità, la giustizia, l’amore e la libertà.
Paolo VI, da parte sua, nel suo magistero insistette molto sulla pace come condizione di ogni possibilità di sviluppo. Lo sviluppo era, per lui, il nuovo nome della pace. Paolo VI che istituì il Pontificio Consiglio di Iustitia et Pax e prese l’iniziativa della Giornata mondiale della pace, all’inizio di ogni anno, a partire dall’anno 1968. . Gli undici Messaggi rivolti al mondo dal Papa Paolo VI hanno progressivamente tracciato le coordinate del cammino da compiere per raggiungere l'ideale della pace. Poco a poco, il grande Pontefice è venuto illustrando i vari capitoli di una vera e propria « scienza della pace ».
Giovanni Paolo II nella scia dei suoi predecessori ha intensificato il suo impegno per la pace. I suoi discorsi al corpo diplomatico e i suoi messaggi per la giornata mondiale della pace all’inizio di ogni anno, contribuiscono ad una vera educazione sistematica alla pace. Nel corso di questi ultimi venticinque anni di Pontificato Giovanni Paolo II ha richiamato le persone di buona volontà a riflettere sui vari aspetti di una ordinata convivenza, alla luce della ragione e della fede.
È nata così una sintesi di dottrina sulla pace, che è quasi un sillabario su questo fondamentale argomento.
Si può dire oggi che c'è nella Chiesa una diffusa coscienza che la guerra è un male che bisogna cercare di evitare in tutti i modi e che non la si può considerare affatto come qualcosa di inevitabile e di normale nel rapporto tra gli Stati e i popoli.
Sempre più chiaro è apparso anche il nesso tra guerra e povertà e, al contrario, tra pace e progresso. È il significato del solenne binomio: giustizia e pace. Accettare l'esistenza oggi, nel mondo, di vaste aree di povertà endemica, significa rassegnarsi all'idea dello scoppio più o meno immediato della guerra, anche se vero che le guerre possono nascere anche dalla ricchezza, possono essere prodotte dall'esigenza di difendere ed ampliare gli spazi di un potere economico.
Nell'attuale contesto internazionale alla base dell'impegno della santa Sede c'è la preoccupazione profonda di evitare uno scontro di civiltà, che per di più potrebbe tragicamente richiamarsi a malintese motivazioni religiose La Santa Sede si è fatta promotrice, in questi ultimi decenni di un ordine internazionale fondato sul diritto e la giustizia, indicando i diritti dell’uomo e i diritti dei popoli come i fondamenti della pace. L’alimentazione, la salute, la cultura, la solidarietà sono le condizioni necessarie affinché i cittadini si sentano coinvolti, con
responsabilità, in un progetto di società che offra delle possibilità ad ogni individuo. La Chiesa ha cercato di sviluppare un complesso e articolato discorso sulla guerra e sulla pace, che si rivolge ai credenti ma anche ai non credenti; un discorso che appare sempre più come componente importante dell'annuncio cristiano e, nello stesso tempo, si fa voce di un desiderio di pace comune a tutta l'umanità; un discorso che interpreta l'umanesimo della tradizione di radice cristiana dell'Occidente ma che intende avere anche un'apertura a tutte le culture, una dimensione universale; un discorso che è fatto di appelli ai capi delle nazioni perché risolvano le crisi internazionali senza il ricorso alle armi ma anche di inviti a tutti gli uomini di buona volontà perché si affermi stabilmente una cultura della pace.
Papa Benedetto XVI ha continuato la tradizione dei suoi predecessori e in questi anni nei messaggi per la Giornata mondiale per la pace ha scelto i seguenti temi: nel 2006 “ Nella verità, la pace”, nel 2007 “La persona umana, cuore della pace” , nel 2008 “ Famiglia umana, comunità di pace”.
Nel primo messaggio egli ha scritto che “Il nome stesso di Benedetto, che ho scelto il giorno dell'elezione alla Cattedra di Pietro, sta ad indicare il mio convinto impegno in favore della pace. Ho inteso, infatti, riferirmi sia al Santo Patrono d'Europa, ispiratore di una civilizzazione pacificatrice nell'intero Continente, sia al Papa Benedetto XV, che condannò la Prima Guerra Mondiale come « inutile strage » (Appello ai Capi dei popoli belligeranti ,1o agosto 1917, in AAS 9 (1917) 423) e si adoperò perché da tutti venissero riconosciute le superiori ragioni della pace.
Questi appelli dei Sommi Pontefici si devono tradurre in scelte operative, in progetti politici ed umanitari per educare alla pace individui, comunità e nazioni, per costruire una vera cultura di pace, premessa indispensabile per una effettiva civiltà dell'amore a vantaggio di tutta l'umanità.

APPENDICE

TEMI DELLE GIORNATE MONDIALI DELLA PACE
PAOLO VI°

1968: 1º Gennaio: Giornata Mondiale della Pace
1969: La promozione dei diritti dell'uomo, cammino verso la pace
1970: Educarsi alla pace attraverso la riconciliazione
1971: Ogni uomo è mio fratello
1972: Se vuoi la pace, lavora per la giustizia
1973: La pace è possibile
1974: La pace dipende anche da te
1975: La riconciliazione, via alla pace
1976: Le vere armi della pace
1977: Se vuoi la pace, difendi la vita
1978: No alla violenza, Sì alla pace

GIOVANNI PAOLO II°

1979: Per giungere alla pace, educare alla pace
1980: La verità come forza della pace
1981: Per servire la pace, rispetta la libertà
1982: La pace, dono di Dio affidato agli uomini
1983: Il dialogo per la pace, una sfida per il nostro tempo
1984: La pace nasce da un cuore nuovo
1985: La pace e i giovani camminano insieme
1986: La pace è valore senza frontiere. Nord-Sud, Est-Ovest: una sola pace
1987: Sviluppo e solidarietà, chiavi della pace
1988: La libertà religiosa, condizione per la pacifica convivenza
1989: Per costruire la pace, rispettare le minoranze
1990: Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato
1991: Se vuoi la pace, rispetta la coscienza di ogni uomo
1992: I credenti uniti nella costruzione della pace
1993: Se cerchi la pace, va' incontro ai poveri
1994: Dalla famiglia nasce la pace della famiglia umana
1995: Donna: educatrice alla pace
1996: Diamo ai bambini un futuro di pace
1997: Offri il perdono, ricevi la pace
1998: Dalla giustizia di ciascuno nasce la pace per tutti
1999: Nel rispetto dei diritti umani il segreto della vera pace
2000: « Pace in terra agli uomini, che Dio ama! »
2001: Dialogo tra le culture per una civiltà dell'amore e della pace
2002: Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono
2003: « Pacem in terris »: un impegno permanente
2004: Un impegno sempre attuale: educare alla pace"
2005: Non lasciarti vincere dal male ma vinci con il bene il male

BENEDETTO XVI°

2006: Nella verità, la pace
2007: La persona umana, cuore della pace
2008 : Famiglia umana, comunità di pace



Prof. Dott. Salvatore Bassotto
Rettore e Presidente Internazionale Università della Cultura “Giovanni Paolo II” Roma

San Francesco d’Assisi Messaggero Universale di Pace

Il silenzio, nella vita del giovane Francesco, è una gestazione spirituale alla vita mistica del futuro Santo d’Assisi, inconsapevole dei misteri Divini, sente il richiamo inconscio, verso la natura come un incanto celestiale. Affiorano così, con la giovane età, in questa fase precoce le volontà del Supremo, che si concretizzano in una chiusura mistica di completa meditazione, che sono poi, gli elementi fondamentali, di tutto il misticismo Francescano.
Pur trascorrendo, le giornate nella spensieratezza dei giochi, la natura lo attira e riesce a vivere assoluti momenti d’intimità, con gli odori, ed i colori, di un manto fiorito che lo travolge totalmente.
In questa fase esplicativa, inizia, una serie di <soliloqui meditativi>, continui ed incessanti, l’inconsapevolezza iniziale, diviene percezione dei misteri, della natura e del creato, inizia a pensare e a riflettere, ponendosi dilemmi ed interrogativi.
Entra in contatto, con tutti gli elementi del creato, vive con esso in totale comunione; assopito, si estranea dal piccolo mondo che lo circonda, sviluppando la <Compassione>, quale cardine e principio da cui svilupperà il concetto della Santità.
Ci troviamo nella fase della meditazione giovanile, che gli darà coscienza della infinita bellezza della natura.
Pur distratto, nel divagare quotidiano, entra in contatto spirituale con se stesso, con la propria anima,nell’atto contemplativo della natura,madre primigenia di sostentamento d’ogni cosa terrena.
E’ affascinato, trasportato,dalla enorme vastità del creato, quale smisurato pensiero di Dio, osserva ogni microcosmo che la compone, sente il fascino di un universo di enormi proporzioni, (troppo vasto ancora per la sua giovane mente).
Impara, ad accogliere,tra le braccia il vento, che lo strasporta, alla scoperta d’ogni forma di natura, intuisce, che ogni forma di sapere, racchiude ogni forma d’infinito.
Si avvolge continuamente, ciclicamente e ripetutamente,in lunghi silenzi,interrotti da brevi pause scandite da un tempo che centellina i pensieri.
Le mani tremolanti, brevemente e fugacemente, accarezzano, ogni essere del creato, stabilendo un rapporto intimo ed intenso tra il suo animo estasiato e la natura, scopre in totale primigenia estasi contemplativa l’amore supremo di Dio.
Il giovane Francesco, in questa fase iniziale, della conoscenza,vive anche momenti di smarrimento, di confusione innanzi alla vastità del creato.
Si desta, distratto dal mondo, da queste lunghe pause di riflessioni e intuisce, i segni da cercare.
Senza indugio, esce allo scoperto,da questa fase di gestazione spirituale conscio, del volere Divino; inizia la fase pre-mistica, in cui rinuncia, con assoluta gioia e determinata volontà, ai beni della vita terrena, parlando, con una società ostile, che entra in conflitto con “l’uomo dal volto nuovo”, iniziando, un cammino di evangelizzazione fatto di concreti atteggiamenti verso la santa povertà.
S’incammina lungo il sentiero che lo condurrà, alla scoperta del figlio di Dio, che ritrova intatto nelle piaghe dei fratelli sfortunati, colpiti dal malefico male della peste che dilania l’umanità.
Apre le porte del cuore a Cristo,vive la <Compassione> nei diseredati, in quelli che non hanno più speranza, di questi, egli ne fa la sua croce, il supplizio quotidiano, Francesco, scandisce la vita ed il tempo, con lunghe pause di preghiera, entra in comunione con Dio, attraverso l’amore di Gesù che lo sorregge.
Nella costruzione della chiesa di San Damiano,mette in atto tutto il suo amore spirituale -iniziatico-, della svolta che ha cambiato irrimediabilmente la sua esistenza terrena.
Inizia da qui il suo cammino mistico, sente leggiadro, l’amore di Cristo che lo pervade, pur comprendendo l’effetto della Compassione, che ha estasiato il suo spirito, inizia, in questa fase significativa della vita, ad avere un <concetto> che gli permette di capire finalmente, di essere, interprete, della volontà del <Padre Suo Celeste>.
Egli, redime, l’atteggiamento dell’uomo, nel calvario di Cristo, riportando la vecchia Croce, in disuso, nella chiesa di San Damiano,alla originaria funzione, di raccoglimento, ai piedi di un Cristo forse dimenticato.
Così, le delicate mani, le deboli braccia, sollevano, pietra dopo pietra, la Chiesa di Cristo, i giorni, si susseguono, nel silenzio della vallata, l’uno uguale all’altro, alternando le stagioni: è un seme, che matura, all’ombra di un amore che è tutto di Cristo, sente il fascino prorompente di un amore che congiunge.
Diventa, nel cuore degli umili e della povera gente, il frate d’Assisi, Francesco è finalmente formato, pronto ad accogliere Cristo tra le braccia nel cammino della Santità; una Santità, fatta e maturata nel silenzio, nella totale contemplazione ed appartenenza a Dio.
Segue, le orme di Cristo,attraverso la sofferenza per avvicinare, nell’espiazione dei peccati, l’uomo a Dio, con atti di sacrifici e di completa donazione agli altri.
Dopo lunghi inverni, e laboriose fatiche, la chiesetta di San Damiano è finalmente ridata agli uomini, il tocco delle campane, rompono, finalmente, l’assurdo silenzio, ridestando il cuore al richiamo verso la casa del Padre.
Così, gli umili, gli afflitti,incontrano Cristo in Francesco d’Assisi; invocando l’amore di un Cristo redentore,che apre le porte celesti all’umanità.
Il fraticello, protende le braccia verso l’uomo.
Francesco, ammette, in questo contatto continuo con l’amore di Cristo, soltanto la -povertà- quale condizione di vita, per potere ampliare questo dialogo crescente che lo conduce continuamente alla conoscenza dell’Assoluto.
Attraverso l’esempio e l’atto della donazione diventa testimone di Carità.
Povertà e Carità, è la regola, che gli apparterrà, fino alla fine.
Iniziano,gli atti, del suo apostolato di carità, d’insegnamenti nell’amore di Cristo, che avvicinano il frate d’Assisi ai confratelli, radunatisi attorno a Lui, impartendone una regola fondamentale, quale unico strumento nell’agire: l’assoluta povertà.
Si diffondono dappertutto, piccoli gruppi di uomini semplici, per seguire gli insegnamenti di Francesco, in un’unica regola di appartenenza: inizia, a costituirsi un Ordine, ben preciso. Vede crescere in questo modo, -il moltiplicarsi dei pani-, i segni, tangibili del cammino di Cristo, non ancora calvario.
Quando tali gruppi,fattisi una moltitudine, a questo punto della sua vita,sente, il bisogno interiore, di volersi avvicinare maggiormente a Cristo, in un assoluto silenzio, imperscrutabile dagli uomini, vuole isolarsi, per attuare la <Comunione> con Cristo.
Nei meandri nascosti, di una grotta, nelle alture, lontano dal mondo, costituisce il suo eremitaggio, fatto da lunghe pause, di meditazione e di preghiera.
Solo, una flebile luce, interrompe i silenzi dello spirito, si estranea, totalmente dal mondo, vive solo della parola di Dio.
Il misticismo di Francesco, è maggiormente costituito, fin dall’inizio, da un recondito silenzio dello spirito, proteso a Dio, all’Immenso, alla contemplazione ed appartenenza totale alla natura, percepisce se stesso in Cristo e se stesso negli altri e gli altri in se stesso.
Ricordata quotidianamente questa totale appartenenza con la preghiera, così Francesco, è posto nelle condizioni di poter <amare> smisuratamente e incondizionatamente ogni cosa del creato stabilendo un rapporto intimo e personale con ogni creatura terrena.
Passa, attraverso un cammino di sofferenza, di atroci dolori della carne, che non offendono la vita, ma anzi la esaltano; pongono il corpo, nelle condizioni della redenzione.
La redenzione, per Francesco, esprime la purificazione che pone come condizione fondamentale, l’ascolto della parola di Cristo. L’avvicinarsi a Cristo, è un cammino fatto di meditazione,di preghiera e partecipazione alle sofferenze altrui, con chi ha fame, solo di pane e di acqua e con chi ha fame e sete di giustizia, di perdono, di amore, di sollievo.
Perdonare per Francesco,è amare, redimere e redimersi, attraverso un cammino di fede che diventa esaltazione, della bontà di Cristo; e la sofferenza, è la condizione attraverso cui raggiungere la perfezione, per avvicinarsi a Cristo risorto, e Francesco, scopre e soffre, nel suo itinerario mistico il calvario di Cristo. Soffre nella solitudine.
I segni della Croce visibili, s’imprimono nel corpo di Francesco, in quelle candide carni, dove lo squarcio di chiodi finemente acuminati, danno il valore di una sofferenza che conducono il Frate d’Assisi, alla Santità.
In questa fase, Francesco, pone, le fondamenta, di una nuova fede Cristiana, rivisitata nella più austera e semplice interpretazione del Vangelo: il peccato ed il dolore,non precipitano nel baratro del nulla, ma verso la speranza, il perdono, <vi porterò tutti in Paradiso> dice Francesco, con l’animo proteso alla Perdonanza. Speranza e carità, per colmare vuoti esistenziali di un’epoca, alla ricerca della propria identità storica e teologica.
Egli, vive pienamente le proprie identità spirituali dell’anima e dell’intelletto, che lo portano a sperimentare l’amore tra l’uomo ed il suo Creatore. Emoziona ancora il fascino mistico di Francesco d’Assisi, a distanza di secoli, rendendoci partecipi del suo universale linguaggio, che giunge alla coscienza dei nostri giorni, avvilita da una materialità impressionante dimentichi del significato Cristiano del valore dell’anima.
Egli, l’umile frate,ci pone, nelle condizioni di potere amare Dio, nel lavacro espiatorio della penitenza rimovendo quei sentimenti volti solo all’egoistico ego di noi stessi.
In preda, a raptus mistici, vive il suo Getsemani, nella Porziuncola, con febbrili invocazioni, nella totale contemplazione, della parola di Cristo, ricompone ogni mistero, nelle piaghe sanguinanti della passione di Nostro Signore.
E’ la“croce vivente”, che riesce a sentire a mala pena la sua debole voce, alzarsi verso l’alto, invocando l’amore di Dio per i fratelli colpiti dalla peste. Questa debole voce, di Francesco ancora oggi,echeggia nell’aria con la sua presenza nella nostra coscienza, con l’inquietudine dello spirito che cerca la strada attraverso la sua voce verso Dio.
Chiede al Padre suo, gli strumenti per potere alleviare, le piaghe,dell’umanità, e di un destino che non sia solo fatto di paure e miserie.
Riceve, attraverso la Santa Ispirazione, le regole fondamentali, per esercitare questo mandato che viene direttamente dalle mani di Cristo: egli stesso, Francesco d’Assisi è strumento di redenzione, con i segni carismatici di Cristo martire nella Croce.
La via che conduce a Cristo,è fatta di calvario,è totale donazione di se nelle mani infinite del Padre, egli, ama i propri fratelli,con l’amore più grande, il silenzio più bello,l’armonia dell’intelletto,che accoglie tra le braccia, ogni essere che lo avvicina Amare e donare attraverso la sofferenza della carne,mitiga la paura quando sopravviene come insidia che lo distoglie dalla propria sofferenza.
Mesto,… è il pensiero dell’ascolto, dell’altrui sofferenza, accoglie con lo sguardo puntato nell’anima il fratello affitto,rincuorando con l’abbraccio a colmare la miseria dei fratelli assopiti, ridestando l’amore verso la vita, l’armonia col pensiero e la natura, divenendo figli dell’aria, dell’erba, del sole e del vento che trascina lontano echi d’amore, canti di gioia per una coscienza redenta, parte del creato e del suo Creatore.
La filosofia mistica di Francesco, rientra nei circuiti di un “esistenzialismo” che ha perso, lungo la storia, le ragioni insolute di un dissenso,avviato nei secoli precedenti ma che le ragioni sociali hanno scalzato via,adducendo le proprie condizioni storiche d’altrui responsabilità, ad un modello falso ed iniquo, dove il senso della giustizia e del Cristianesimo il senso storico di un Vangelo rinnovato nella semplicità di Francesco, riportano il concetto all’originario senso della parola di Cristo.
La visione estrema, il rifiuto totale d’ogni forma di ricchezza che non sia spirituale viene totalmente respinta da una società assente, che considerava “visionari”i seguaci del nuovo Ordine; uno status vita fuori da ogni logica sociale. La parola, di Francesco nasce dalle mani di Cristo, è la Compassione che guida l’agire, di riportare il figlio al padre, indicandone il cammino. Sono i germi,di un nuovo umanesimo rinnovatore,della coscienza che avranno indubbiamente ripercussioni storiche e teologiche; l’obsoleto, verrà spazzato via, come la “corsa di un fiume in piena”, che ti travolge totalmente, così, <la regola> determina, il momento di raccoglimento, storico di quelle energie, che non solo hanno caratterizzato un’epoca, ma che hanno determinato un capovolgimento della coscienza, propensa facilmente, all’ascolto delle grida, provenienti dalla sofferenza di un Dio in Croce.
Uomini in cammino verso una fede Cristiana rinnovata, una forza che risolleva la Santa Madre Chiesa, verso un nuovo ed incessante spirito di guida: la redenzione dell’uomo attraverso la sofferenza della Croce, che libera l’intelletto, sopito dalla paura.
Adesso Francesco, s’identifica totalmente,assurge attraverso l’amore di Cristo sopra ogni cosa, egli è presente con Cristo esprime se stesso con ogni gesto in ogni momento e in ogni tempo.
Si avvicina all’eterno,attraverso il vento, il sole e la pioggia, si dirada dal Suo silenzio,dal breve ed incessante cammino umano, la parentesi della vita si avvicenda nel coraggio di amare Cristo, fino all’ultimo.


Conclusioni

In Celestino V gran parte della figura mistica del Santo d’Assisi viene messa in opera con la Bolla della Perdonanza datata 29 settembre 1294 è il primo Papa della storia,a proclamare il perdono per tutti;il primo vero giubileo. Dio che diventa grazia e misericordia che salva il mondo,tutto ciò che Francesco esalta nella sua mistica solitudine.
Quello di Celestino V possiamo definirlo,un atto concreto che segue alla parola che va al di là della figura mistica ed escatologica di Francesco.Egli divine l’artefice della pratica Santificazione della parola Francescana.
“Vi porto tutti in paradiso”, così Francesco alcuni anni prima, aveva annunciato ai seguaci della Porziuncola, promettendo, l’indulgenza di tutti i peccati, a chi si recasse alla chiesetta fuori d’Assisi. La Santità di Francesco,scaturisce dalla totale interpretazione della vita di Cristo e del suo amore con la “povertate”.
Di tutto ciò, Celestino V come successore di Pietro ne fa una Istituzione Ecclesiastica giunta ai giorni nostri, intatta, così come fu concepita dall’ispirazione Francescana.
I significati mistici e teologici del poverello di Assisi, che diventano l’Istituzione della Perdonanza, un atto profetico che come tale incancellabile è presente in tutta la cultura europea, quale storia universale dell’umanità e patrimonio indissolubile dello spirito del genere umano.
Il periodo storico, in cui viene divulgata l’Istituzionalizzazione, della Bolla della Perdonanza, sono periodi difficilissimi nella lotta della Chiesa per la sua libertà, dove i Pontefici regnanti sono sudditi della corona Francese. Da premettere un discorso fondamentale, nell’atto consequenziale della parola Francescana di Celestino V, che la mistica, non deve essere contrapposta alla politica ed alla gerarchia, per non incorrere in questo modo in una lettura troppo contemporanea di un’azione teologica fondamentale:che alla Santità, si perviene con tutte le debolezze e le paure della coscienza, che sono parti integre ed inscindibili dell’uomo Santo. Ciò, porta indubbiamente a quella visione realistica del misticismo Francescano, innamorato della “Crux Christi”, quale attimo perpetuo di rifugio in cammino nel catodico ed etereo mondo contemporaneo.
Oggi, come allora la parola di Francesco d’Assisi, con il suo affabile e disarmante misticismo, ci trasmettono un messaggio quasi provocatorio, dirompente in un deserto di assurdi sentimenti, dove l’etica, la morale e gli autentici valori della vita hanno perso il senso. Solo la parola, l’ascolto ed il silenzio di Francesco d’Assisi possono riportare il mondo alla retta vita, ad incontrare il Padre, che ci ama e che non ci abbandona.
Gli esempi delle eroiche virtù proprio del nostro Novecento ce ne danno la dimostrazione che Dio non ci abbandona, che Egli stesso ci addita il cammino, con l’esempio della Santità,San Padre Pio, nella Beata Madre Teresa di Calcutta, in San Giuseppe Moscati (il medico Santo) e tanti e tanti altri ancora.
Il nostro secolo, quale teatro degli scempi a cui il genere umano abbia mai assistito,ha attuato le più assurde e tragiche incongruenze di pensiero, stermini raziali, genocidi di massa, assurde filosofie del male, ci dimostrano, quanto sia importante la parola di Francesco d’Assisi, per riportare la coscienza del genere umano, all’amore del Padre.
Il Padre, principio d’ogni cosa, risponde alle nostre incertezze additandoci gli esempi di uomini e donne, che hanno consacrato la vita a Cristo, con il gesto, la parola e l’eroica virtù di Santità a cui tutti siamo chiamati, nessuno escluso.
Anche l’opera incessante, l’intero Pontificato di Sua Santità Giovanni Paolo II, con l’azione teologica, dei significati esistenziali,dell’enorme numero di Santi Proclamati nel suo Pontificato, ci danno il segno, ed il senso che l’uomo, quale creatura di Dio che è segnata con il segno del Principio della Volontà del Padre Celeste.
Cosi, tutti, senza esclusione di nessuno, il Santo Padre, ci chiama a vivere in comunione con Cristo ed in Santità, Il messaggio, il segno indelebile del Santo d’Assisi è l’averci indicato un cammino possibile, interpretando il significato della Santità, che ci pone nelle condizioni di poterci avvicinare a Cristo, ritrovandoci in totale comunione con gli altri, con le sofferenze altrui, con chi ci ama e con chi ha bisogno di essere amato.



Sen. Prof. Cosmo Giacomo Sallustio Salvemini
Ministro al Parlamento Mondiale per la Sicurezza e la Pace


La Pace possibile

Oggi la Pace nel Mondo è garantita dal contributo importantissimo di stati che, fino a qualche anno fa, erano completamente isolati sotto tutti i punti di vista, ma che oggi rappresentano tasselli fondamentali nell’economia e nella politica mondiale. Si tratta di stati capaci di dettare condizioni alle grandi superpotenze, che vedono quindi ridursi l’egemonia ed il ruolo di punto di riferimento. Esempi di questi nuovi cardini mondiali sono:
‐ la Cina che, con un PIL in costante crescita, mostra una crescita sociale e culturale notevole non ostante il permanere di grossi problemi, quali l’elevatissimo numero di abitanti ed il sopravanzare della desertificazione;
‐ il Brasile che è diventato, da principale esportatore di prodotti primari, un importante fornitore di beni di alta tecnologia;
‐ la Turchia; molto coinvolta, per tradizione ed indole della popolazione, nel mantenimento della democrazia nel resto del mondo;
‐ gli Emirati Arabi; potenza petrolifera ed economica; la loro stabilità politica e sociale ha permesso loro di superare numerose crisi internazionali;
‐ la Malesia; un meraviglioso parco naturale con tantissime varietà di specie animali e vegetali ed una importante “isola” di sviluppo sociale ed economico dell’Asia;
‐ il Kenya ed il Mali; due Paesi con due invidiabili Centri di Emergenza e Protezione Civile;
‐ ed anche: Guinea, Costa d’Avorio, etc.
Negli ultimi anni la popolazione mondiale cresce di circa cento milioni di individui ogni anno specialmente in Africa, dove ogni donna ha in media cinque figli, per cui vi è un aumento notevole del numero di individui di età compresa tra i 14 ed i 25 anni.
Per contro, in Europa, dove ogni donna ha in media 1,4 figli, si registra un costante aumento della fascia di età superiore ai 65 anni.
Un’altra fascia di popolazione che sta registrando un incremento sempre maggiore in termini di percentuale è formata dalle donne, che nel 2020 potrebbero rappresentare il 60% della popolazione mondiale.
Non si può inoltre ignorare la grande esplosione demografica in alcuni paesi (vedi Cina ed India) che sta già creando una metamorfosi politico-economica del Pianeta. Basta considerare ad esempio, che tra qualche anno, dopo l’ingresso in Europa della Turchia, la popolazione islamica europea passerà dall’odierno 4% al 15% , e considerando che il loro tasso di natalità è tre volte quello dei non musulmani, si può prevedere che nel 2050 la popolazione europea sarà a maggioranza islamica.
Dalla possibilità di controllare l’incremento demografico dipenderà la pace nei prossimi decenni. Basta già notare i conflitti diplomatici tra i paesi per motivi di flussi migratori, il più delle volte irregolari e spessissimo, questi, si trasformano in tragedie (vedi sbarchi a Lampedusa).
Tutto ciò accade perché:
‐ cresce il numero di bocche da sfamare;
‐ qualità di vita sempre peggiore;
‐ aumento dell’analfabetismo.
Dobbiamo inoltre tenere in considerazione la cattiva volontà nella gestione delle risorse energetiche ed alimentari del Pianeta. Per cui, una crescita esponenziale, come quella che stiamo vivendo, potrebbe portare la densità demografica a livelli ingestibili dai singoli Paesi, ma richiederebbe la piena collaborazione tra i popoli.
Inoltre, le autorità religiose dovrebbero non interferire ed affidare la gestione del problema alle autorità governative dei paesi interessati, affinchè prendano i provvedimenti necessari per assicurare il benessere sociale alle popolazioni. Infatti, nei paesi dove le autorità religiose si confondono con quelle politiche si generano fondamentalismi.
Dal “Rapporto sullo stato della popolazione nel Mondo” redatto dall’UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione) emergono dati desolanti circa le disuguaglianze esistenti tra l’uomo e la donna nei Paesi del Terzo Mondo, che vanno dal diritto alla salute al diritto alla Pubblica Istruzione, agli abusi sessuali, alla incapacità giuridica e morale di poter decidere se e come difendersi dalle malattie sessuali (come l’Aids), alla mutilazione degli organi genitali (infibulazione).
Emerge ancora un inadeguato impegno sanitario sull’elevato tasso di gravidanze indesiderate, con conseguenti aborti a rischio, decessi e danni permanenti all’apparato riproduttivo femminile.
Negli ultimi trenta anni abbiamo assistito ad una esplosione demografica nei Paesi Islamici che mal convince, se consideriamo che allo stesso tempo si è assistito e si assiste tutti i giorni a continui sbarchi di clandestini sulle coste dell’Italia meridionale.
Tutto ciò potrebbe fare pensare ad una strategia a lunga scadenza, di alcuni Paese islamici, di “invadere” il mondo, ideata e condotta da enti fondamentalisti.
Si è visto, inoltre, che non tutti i clandestini sbarcavano in Europa per cercare lavoro, anzi in tanti diventavano manovalanza di associazioni a delinquere. E tutto questo avviene sotto i nostri occhi, un po’ per paura, un po’ per pigrizia e soprattutto per un eccesso di buonismo verso dei “disgraziati in cerca di un pezzo di pane”.
Questi concetti sono comunque espressi chiarissimamente dai programmi televisivi, come quelli che seguirono la distruzione delle Torri Gemelli, sui vari Imam e combattenti della Jihad (mujaheddin) che vivono nel nostro paese come persone qualsiasi, che preparavano qualche sabotaggio.
Le nostre autorità, invece di reprimere drasticamente queste immigrazioni clandestine, allestisce campi di accoglienza dai quali in tanti evadono verso destinazioni ed attività ignote.
Quindi possiamo dire che gran parte dei leaders islamici integralisti stiano utilizzando la “Bomba demografica” come arma per conquistare il mondo, diffondere l’Islam ed annullare la chiesa, a costo zero ed a rischio zero, mediante quella che è stata definita “la Politica del Ventre” che promuove l’esplosione demografica. Sono i governanti dei Paesi poveri che devono farsi carico dell’allarmante problema dell’incremento della popolazione, una tra le cause principali della povertà. Qualunque sviluppo economico di questi paesi, qualunque aiuto ed incremento della produzione alimentare mondiale non eliminerebbe il problema della Fame nel mondo. L’unica soluzione sembra essere la regolazione delle nascite, la quale dovrebbe essere assunta come dovere, oltre che come diritto.
Non possiamo essere indifferenti alla scarsissima qualità della vita delle popolazioni di alcune grandi metropoli, ad esempio delle favelas brasiliane o dei bambini che cercano tra le enormi montagne di rifiuti di alcune città del sud-est asiatico.
Fanno molto riflettere le parole pronunciate da Giovanni Paolo II il 22/nov/81 durante l’Esortazione apostolica sui compiti della Famiglia Cristiana: “Alcuni pensano di essere gli unici destinatari della scienza e della tecnica ed escludono altri.
Altri ancora, imprigionati come sono dalla mentalità consumistica e con l’unica preoccupazione di un continuo aumento dei beni materiali, finiscono per non comprendere più e quindi per rifiutare la ricchezza spirituale di una nuova vita.
La Costituzione pastorale “Gaudium et spes”, promulgata dal Concilio Vaticano II, promuove ed invita ad una educazione alla sessualità seguendo semplicemente i dettami della biologia e quindi la continenza assoluta e prolungata per tutto il periodo di fertilità.
Uno dei motivi fondamentali del grande fenomeno migratorio verso i Paesi Sviluppati è da attribuire all’eccessivo sviluppo demografico dei Paesi del Terzo Mondo, che si sono visti ridurre notevolmente il tasso di mortalità ed allo stesso tempo incrementare il tasso di natalità.
Tutto ciò è accompagnato dal desiderio di migliorare la propria condizione e dalla ricerca di pane e soprattutto di dignità.
Questo desiderio legittimo spinge tanta gente a migrare, e ciò non può essere ignorato dalle autorità occidentali per la sicurezza del cittadino e per motivi morali oltre che economici. La Comunità internazionale ha il dovere morale di adottare iniziative idonee affinchè i governi dei Paesi Sviluppati riducano i debiti dei Paesi del Terzo mondo e di aiutare questi ultimi ad aumentare il loro P.I.L.. Solo così può essere affrontato e risolto il problema della povertà, della fame e della migrazione intercontinentale.
Come già accennato il pericolo principale è l’immigrazione clandestina di terroristi, che continuano liberamente a coltivare le loro ideologie del terrore nei paesi ospiti.
Gli stati potenzialmente vittime del terrorismo devono agire urgentemente non solo con strumenti militari ed investigativi ma anche mobilitando l’opinione pubblica e soprattutto formando le coscienze, inculcando i valori del pluralismo e della non violenza. Occorre sviluppare una strategia intergovernativa di scambi culturali idonei a diffondere il principio di democrazia liberale nei Paesi del Terzo Mondo.
La pace si raggiunge anche combattendo le violenze sulle donne e sui bambini. Le cronache raccontano di donne seviziate, abusate anche nel posto di lavoro per ricatti per il miglioramento della carriera. Ma peggio ancora, nei Paesi del Terzo Mondo si assiste a pratiche antichissime, quali le infibulazioni praticate sulle bambine, o di donne con arti amputati o sfigurate dall’acido solo perché sospettate di infedeltà.
Ed inoltre, ricorderemo sicuramente, quegli episodi di traffico di bambini per espianti di organi, di bambini soldato nei paesi dell’Africa centrale ed ancora di bambini che muoiono di morbillo.
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro 180 milioni di bambini sono esposti alle peggiori condizioni di sfruttamento; si parla di schiavitù, pornografia, accattonaggio, ecc.
C’è ancora molto lavoro da fare in proposito dal punto di vista educativo, formativo e legale, non soltanto in ambito locale ma anche e soprattutto internazionale.
Nei Paesi con limitato numero di nascite si è avuto una riduzione di mortalità infantile, dovuta anche all’aumentato livello culturale ed economico raggiunto dalle donne in primis e dalle coppie in generale. Infatti si è visto che un basso numero di figli, una migliore condizione economica e culturale, sono indispensabili per garantire una migliore qualità di vita e di salute per il bambino.
La povertà dei Paesi del Terzo Mondo sembra destinata a durare vista la corruzione dei loro governanti, che spinge gli aiuti economi nei loro conti illeciti esteri.
Per ovviare alla povertà delle famiglie e quindi alla fame e all’aumento demografico, il Concilio Vaticano II, con il principio di “paternità responsabile”, invita i coniugi, nel loro dovere di trasmettere la vita, ad adempiere al loro compito con umana e cristiana responsabilità, valutando le condizioni di vita sia materiali che spirituali del proprio tempo e della loro situazione, riconfermando però la contrarietà a tutte le pratiche anticoncezionali.
Ai genitori bisognerebbe ripetere continuamente che il fine primario del matrimonio è l’amore, ed i figli che da essa derivano devono essere bene alimentati e bene educati.
Migliaia di bambini, inoltre, muoiono per mancanza di acqua pulita. A peggiorare la situazione c’è il problema dell’inquinamento dei laghi, dei fiumi e delle falde acquifere. Sarebbe saggio che l’erogazione dell’acqua potabile (in quanto bene di tutta l’umanità) non venisse privatizzata per non farne aumentare il prezzo di vendita.
Inoltre c’è il problema dell’Aids che sta assumendo proporzioni planetarie.
Secondo l’O.M.S. più di sei milioni di persone avrebbero bisogno di cure.
Secondo il rapporto “Millennium project”, presentato dall’ONU il 18/gen/2005, la lotta alla povertà nel mondo non può essere vinta ricorrendo a gare di solidarietà internazionale ogni volta che si verifica una calamità naturale, ma occorre applicare metodi rigorosi e costanti con l’obiettivo di dimezzare la povertà estrema entro il 2015.
Sarebbe sufficiente che i Paesi Industrializzati devolvessero in aiuti circa lo 0,5 % del loro PIL l’anno. L’unica soluzione per portare i Paesi Poveri verso la prosperità economica e la crescita civile sembra essere soltanto l’evoluzione culturale e morale dei popoli di tutto il mondo. E’ da considerare che i Paesi in via di sviluppo non riescono ad utilizzare le proprie risorse per alleviare le condizioni di vita dei poveri, soprattutto perché non riescono ad estinguere i debiti nei confronti di altri paesi, anche perché gli interessi sono tantissimi.
Urge affrontare il problema della ineguale distribuzione delle risorse tra i popoli del mondo, ma sarebbe comunque pura utopia ed allo stesso tempo ingiusto operare e soprattutto predicare una uguale distribuzione dei beni, considerando la naturale diversità di capacità produttiva dei singoli individui.
La Pace Sociale è figlia della cooperazione tra le varie classi sociali. Non si può pensare che un braccio primeggi su tutto il corpo umano, ed allo stesso tempo sarebbe da insensati credere che una classe sociale possa egemonizzare tutte le altre. Il sistema capitalistico non può essere considerato ancora un emblema del sistema economico dell’Occidente, perché si è realizzato oltre che in Europa anche in America, in Giappone e nei Paesi del Terzo Mondo dove ha creato nuovi posti di lavoro diffondendo benessere economico e favorendo la costruzione di scuole, ospedali, centri culturali, ecc. Ma soprattutto ha promosso la diffusione di un valore che caratterizza la società civile: la libertà di pensiero, di parola, di stampa, di religione, ecc. Anche se presenta molti difetti, il capitalismo, per onestà intellettuale, risulta capace di dare i migliori risultati specialmente nella tutela delle predette libertà, sviluppare il livello culturale delle popolazioni arretrate e aiutarle a raggiungere la consapevolezza dei propri diritti fondamentali.
Questa strategia globale non può prescindere dai valori spirituali e dai valori morali.
Per cui potremmo sintetizzare che la pace non si realizza con strumenti pecuniari, con trattative diplomatiche e con interventi armati, bensì edificando tre pilastri della coscienza umana:
1) la fede religiosa rispettosa delle altre fedi;
2) la cultura del dialogo, del pluralismo e delle opinioni;
3) l’etica nei comportamenti intersoggettivi;
Questi tre valori dovrebbero essere sviluppati dai Governi del mondo civile e diffusi in ogni angolo del pianeta per il rispetto della vita e della dignità umana.
Il buon senso è condensato nel saggio ed antico principio del rispetto reciproco. Quando questo principio viene meno si verificano violenze e guerre.
La guerra non è uno scontro tra due civiltà, tra due forme di governo, tra due fazioni i genere, ma “semplicemente” tra coloro che rispettano il valore della vita e coloro che non lo rispettano.
Quale insegnamento possiamo trarre dal Poverello di Assisi se non che “Inutilmente potremmo sconfiggere il male fuori di noi se prima non ne sconfiggiamo dentro di noi la sua radice”, come scrive Bernardo di Chiaravalle, anch’egli uomo di pace come San Francesco.
C’è un male dentro di noi pericoloso ed insidioso: quello della sterilità dell’anima e dell’infecondità dei nostri talenti più belli, che invece ci illudono di vivere una vita cosciente ma che è in realtà uno stato di semi-ipnosi, che ci allontana dal miracolo del viaggio verso l’amore e la pace intrapreso da San Francesco.
La Pace, in tutte le sue forme, può essere quindi raggiunta incamminandoci con San Francesco in questo viaggio di testimonianza del Bonum che c’è in ciascuno di noi, il quale ha il dovere di essere “operatore di pace” a partire dalla propria famiglia per arrivare alla scuola, al proprio ambiente di lavoro e quindi a coloro che ci stanno intorno, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze ed in proporzione alle proprie forze e capacità.
Solo facendo appello alla nostra volontà possiamo decidere di mettere a frutto, ed in quale misura, i talenti donatici da Dio Padre.
E Maria, avendo dato alla luce Gesù, farà in modo che la Pace trionfi. Per questo dobbiamo pregare incessantemente per creare un ponte spirituale tra l’umanità e Dio, anche e soprattutto attraverso la “Regina della Pace”, per la conversione di tutti i cuori, a cominciare dai nostri per arrivare a quelli dei guerrafondai e terroristi.



Prof. Emerito Luciano Pizzicone
Presidente Premio Athanòr per l’Etica dei linguaggi

Un linguaggio che non offenda


PREMESSA. Mi sia consentito premettere che noi “assegniamo” compiti, alle parole, che in realtà ci designano... Da ciò discende, io credo, la propensione ad assolutizzarne il valore, esonerandoci dalle verifiche e omettendo di stabilire, nella esplicitazione e correttezza dei termini, quella paritarietà di linguaggio che è condizione ad assumere, nel rispetto del vero, i contenuti dell’altro.
Vigilando sull’uso delle parole, pertanto, allontaniamo l’errore e l’incomprensione, rispondendo all’urgenza che ci chiama alla relazione, ad «essere» nel colloquio. Diversamente, a nulla giova biasimare le conseguenze che producono i nostri atti, o presumere di arrestarne il “determinismo” rincorrendone i guasti... poiché il mal-essere stava già nel linguaggio, che retroagendo sulle “intenzioni” ne potenzia la CAUSA.
Tenteremo, dunque, di seguire assieme un percorso, allo scopo di valutare se l’uomo ha compreso o frainteso i propri strumenti e, in un caso o nell’altro, quale sia il modo che non offenda la sensibilità e la ragione.
(1) F. Nietzsche afferma che «l’uomo è la creatura non ancora stabilizzata», per questo, mentre l’animale abita il mondo e lo vive secondo istinto, l’uomo, tuttora agito da pulsioni indeterminate, è costretto dalla sua inadeguatezza a costruirsi un habitat che lo accolga.
Ma è proprio in virtù di questa insufficiente stabilità istintuale che, sfruttando la genericità dei suoi impulsi, ha potuto raggiungere ‘culturalmente’ quella capacità di adattarsi che l’animale possiede già per natura. In altre parole, la carenza ha prodotto il rimedio, trovando nella aspecifica interazione con l’ambiente stesso le risposte occorrenti al riequilibrio della propria incompiutezza biologica. Risposte che, mutuate dallo sguardo re-attivo che diciamo riflessione, hanno direzionato lo sforzo evolutivo dell’uomo a quella co-scienza e memoria di sé indispensabili alla sopravvivenza. Infatti, se la coscienza consente di articolare rapporti, è nella memoria a risiedere la facoltà che ha permesso il ripetersi di esperienze determinate e, in seguito, di prevederne gli effetti, stabilizzando un sapere tecnico codificato poi nei linguaggi delle diverse scienze. In questo senso, M. Heidegger afferma che «l’uomo è tale perché risponde al linguaggio».
Ma il linguaggio - che in origine è la risposta emozionale nei confronti della natura che si rivela e, nel contempo, meraviglia di esserci e imitazione del segno che appare - mentre nomina la realtà che via via va ‘svelandosi’, si reinventa e si intrica, elaborando una complessità che la torna a ‘velare’. Per cui, se da un lato esonera l’uomo dal ripetere alcune azioni, liberandone le forze creative, parallelamente, sempre più circoscrive le sue esperienze negli a priori codificati di mille gerghi specifici, che, de-finendo, perciò stesso sottraggono orizzonte all’Intero e interezza all’insieme. Finché, con il senno di Epimeteo, possiamo dire che è lo strumento ad espropriare il soggetto, parlato ormai da linguaggi che non comprende e che non lo esprimono... Svincolati, infatti, dai suoi riferimenti sensibili, per l’eccesso di tecnica, lo attraversano soltanto...
Tuttavia, se è vero, come afferma il filosofo U. Galimberti, che «la tecnica è l’essenza dell’uomo», bisogna concludere che l’ambivalenza dei suoi strumenti era insita nell’uomo stesso, e che prescindere dalle categorie ch’essi impongono significherebbe negare le condizioni concrete della nostra esistenza. Si tratta qui di risolvere un’aporia già presente nel “Prometeo incatenato” di Eschilo, che in un mondo dominato ormai dalla “Tecnica” non riguarda più il solo Occidente.
(2) Come richiede Kratos, il dio della forza, in apertura della tragedia, Prometeo, per la sua tracotanza (hýbris), deve’essere compensato «secondo giustizia (dike), pagando il fio... », poiché sottraendo ad Efesto il segreto della tecnica, il fuoco, per farne dono agli uomini, egli non ha soltanto ignorato il potere divino, ma il dettato di Ananke, la Necessità, cui anche Zeus deve obbedire, giacchè essa riflette la Norma che custodisce il Cosmo (Kosmòs), e solo al Cosmo appartiene il Lógos.
Dunque la sua empietà si spiega con uno squilibrio della Giustizia, poiché ogni gesto d’autonomia che voglia infrangere i limiti nasconde il rischio dell’imprevedibilità e dell’eccesso, e nello spreco e nel furto delle risorse è stabilita la colpa (hamartìa) del vivente, le cui catene, l’uomo, non potrà più spezzare, così come Prometeo, nonostante il suo nome (promethéos) significhi ‘colui che vede in anticipo’. La ragione di Prometeo, infatti, è calcolante, come ci rammenta il riferimento a mêtis del suo nome che, prima di designare saggezza, prudenza ed astuzia, indica la Misura (da mêtron), il retto consiglio... per cui la mêtis deve commisurare i mezzi ai fini, secondo la Proporzione. Ma se l’autonomia della tecnica dà l’illusione di sciogliere l’azione umana dai vincoli posti da Ananke - e in generale dalla tirannia degli dèi di cui disconosce il potere - l’elisione della divinità lascia l’uomo in balìa di un mero sapere strumentale, capace di calcolare ma non di eleggere i fini, sin qui vigilati e sorretti dalla provvidenza di Zeus. Dunque, come spiega il filosofo Galimberti, alla colpa tragica – la sottrazione del fuoco, dal quale scaturisce ogni tecnica - se ne aggiunge una assai più terribile (examartìa), avendo ipotizzato, Prometeo, l’autosufficienza dell’uomo in virtù della tecnica. A questa nuova carenza, conseguita dalla scissione del patto con gli dèi, il pensiero greco cercherà una risposta con Platone, che al dettato divino sostituirà la politica quale ‘tecnica regia’, cioè il governo dei filosofi, i soli che possano contemplare il Bene ed attingerne le regole umane. Tuttavia, nel mondo classico, il sapere tecnico resta inscritto nella legge di Ananke, perché quando l’uomo non riconosca o non sappia, sono le Erinni vendicatrici a ristabilire proporzione e misura entro i cardini della Giustizia. «Ermes, messaggero di Zeus, ti ha invitato a rinunciare alla dismisura, / per ricercare la saggezza nel retto consiglio. » (Eschilo – Prometeo incatenato - vv. 1036/1038).
(3) Il pensiero greco è cosmo-logico e a-storico, naturalmente immerso nel tempo ciclico, che riflette – senza un ‘prima’ né un ‘dopo’ - l’ordine eterno delle cose. In questa disposizione d’animo, allora, ‘contemplare’ non è l’inazione, ma essere senzienti alla comprensione dell’Uno, delle sue regole e della sua giustizia... dunque il «Fare» per eccellenza, da cui scaturisce la poiésis, in cui si manifesta il Lógos. In tal senso si spiega la radice indoeuropea della parola chàos, che non ha attinenza con l’interpretazione del “por fine al disordine”, bensì col greco chàsko ed il latino hiatus (dischiudersi, spalancare, intervallo)... cioè quell’apertura originaria (uroboro femminile) che contiene mondi, uomini e dèi, che include il possibile. Per cui anche della parola Kòsmos si offre una diversa interpretazione, poiché la sua radice kens (latino: censeo) significa “annuncio autorevolmente”, con riferimento alla ‘parola’ che, nel varco dischiuso dal chàos, è proferita con forza, senza poter essere smentita. Questa parola è il Lógos cosmico, che secondo Eraclito«divampa e si spegne secondo misure». Pertanto la contemplazione è svelamento, conoscenza del Bene, il che consente un agire che antivede le conseguenze, perciò capace di armonizzare ogni azione presente nell’unità del Tutto. Non si tratta più di “obbedire” ai dettati di Ananke ma, accogliendo le sue ragioni, evocare la presenza del Lógos nell’agire umano, perché il dolore risiede nell’ignoranza e precede la colpa.
(4) Ogni tecnica è un’arte, e ogni arte ha un proprio linguaggio... E colui che eccelle in questo sapere (epistéme) possiede la virtù (areté) e il potere (dỳnamis) di applicarla: è agathòs (buono). Infatti, affinché un gruppo sociale esista è necessario che i singoli siano competenti e virtuosi, poiché «l’ingiustizia - che viene dall’ignoranza - è fonte di sedizioni e di odi, mentre la giustizia, invece - espressione della sapienza - stabilisce concordia e solidarietà» (Platone – Repubblica – Libro I). Dunque non è sufficiente eccellere, ma la competizione deve essere volta al bene comune. L’etica si definisce, pertanto, con i medesimi strumenti concettuali che presiedono alla scienza politica e ad ogni altra tecnica, che essa, a quel bene, direziona e coordina. Per cui, la corretta relazione che intercorre tra i termini dialoganti della co-scienza individuale (che significa, appunto, conosco assieme, dal greco sunoida e dal latino conscìus), risulta dalla sua trasposizione armonizzatrice nella comunità, che, realizzando nel giusto fine la sostanza e la sintesi di tutte le relazioni, manifesta la presenza dell’Essere, di cui è riflesso. Vengono così a convergere, in un unico punto, gli aspetti etici ed economici, morali ed estetici, in quanto la verità e la giustizia coincidono con la bellezza e con l’utile bene-inteso. Col valore che diciamo «Cultura» o, se così più vi piace, la cultura che
esprime «Valore».
(5) Ragionare stanca, è la forma di lavoro più solitaria e più dura. Perciò assistiamo alla “spensierata” astensione dei più, che il filosofo ben conosce. La massa, infatti, si occupa dell’immediato, o ne viene preoccupata, e il suo problema, generalmente, si risolve nell’ordine del contingente. Non sa nulla di cause prime e formali, efficienti e finali, non ha letto Aristotele. Dunque non può comprendere un impegno che superi l’individuo, né tantomeno un agire che possa inscriverlo nel contesto di quel Valore. Da questa predisposizione di fondo origina il falso scopo ideologico, l’apparato di una identità insussistente, le strutture del CONTROLLORE che, una volta ospitato, risospinge l’autonomia di giudizio al dettato e all’appartenenza, anziché educare coscienze a un Modello di relazione inequivocabile. È forse a questo che pensò Platone quando dové risolversi a stabilire l’applicazione pratica delle “Leggi” che aveva enunciato.
E avrà concluso che un mondo contaminato dalla colpa dell’ignoranza non potrebbe emendarsi se non mediante un dualismo concettuale, cioè separando ancor più nettamente l’ALTO dal BASSO, il mondo delle eterne idee dalle sostanze contingenti e sensibili, lo spirito dalla materia, il corpo dall’anima... , acciocché il mediatore, il più contiguo all’Essere, e dunque alla misura di ogni valore, potesse averne l’incontestata giurisdizione. Ma sta in questo, io credo, l’avvio del presente, poiché l’apogèo della nostra cultura già contiene le cause del suo declino. Consegue, infatti, che il valore di relazione non indichi più la soggettivazione dell’esperienza, ma la sua quantificazione nominale “oggettiva” attraverso la mediazione, lasciando inoperante ed estranea ogni interpretazione che a un tal valore è qualitativamente connessa per intensità e non certo per estensione. Si dice che «l’arte (o un’arte) sia esperienza di verità» (G. Vattimo), dunque è relazione con la COSA, di cui deve assumere l’intima realtà. Venendo meno l’esperienza immediata, pertanto, vien meno quella ‘sintesi di valore’ per cui la tecnica sarebbe “essenza” dell’uomo e nucleo dei suoi linguaggi. Certamente è più arduo formare una coscienza che controllarla, tuttavia, depotenziando le sue relazioni si estingue ogni riferimento comune ad un esserci per cui il controllo possa essere verificato o appurata l’autonomia del dissenso. Dovremo allora auspicarci che la Tecnica costituisca una tappa della vicenda umana, non il Modello che la soddisfa, non ancora manifestato.
(6) Frattanto, l’innesto del dualismo platonico alle categorie occidentali amplifica suo malgrado gli esiti del “fare tecnico” in quella infermità discorsiva riconducibile all’assenza di relazione. È un regresso che però si fa balzo in avanti nel riprodurre l’antitesi tra la pretesa umana di affrancarsi dai vincoli, e il suo cedere a forme di soggezione sempre più invalidanti, che ne riaffermano la dipendenza, mentre lo sfruttamento e la conseguente desacralizzazione della materia, della natura e del femminile, svalutate in favore di una pretesa autonomia del profitto, “disincarnato”, per così dire, da ogni fisicità, inibisce il rapporto tra la creatività (le muse) e la Memoria (mnemosyne), “perfezionando”, di fatto, tanto il DOMINIO dell’energia libidica (che da forza creativa liberata nell’arte si traduce in accumulo di “forza lavoro”, obbligata alla PRODUZIONE) che della sostanza-relazionecoscienza, i cui strumenti conoscitivi, asserviti allo schema del CONTROLLORE, configurano nell’obbedienza al SISTEMA la “virtù” funzionale agli scopi. È il CONTROLLO a distanza. Sicché, l’Io, che vuol porsi quale principio ordinatore di tutto ciò che è “altro” dai suoi confini oggettivi, ricade, invece, nell’ambito dell’incalcolabile, dell’estraneità e dell’inconscio: l’inconciliabile “differenza”. In altre parole, l’Io dissociato, non più espresso dalla co-scienza ma termine sostitutivo opposto alla relazione, si fa assertore di un’identità fittizia e totalizzante, che perciò stesso elude, ma non rimuove, l’incerto che esula il suo controllo, rielaborato secondo l’ordine posto dalla teologia del dominio maschile. Tutto è così “de-cifrato” e non c’è errore apparente al suo interno, perché il GESTORE ne assiomatizza imperativi e premesse consegnate alla SUA mediazione.
Chi mai rammenta il dettato di Ananke, che ci previene dall’infrangere i limiti? E quale agire è conforme al sapere di una Giustizia che si esprime nella misura? E mentre ‘Essere’ e ‘Dei’ già si dissolvono, sullo sfondo, ingombranti presenze di una ragione e religione “arcaiche” - perciò inadatte agli eventi che si preparano - anche l’Identità assoluta che insorge nel ‘cogito’ cartesiano, indagata da quegli stessi linguaggi di cui era il prodotto, viene de-costruita.
(7) Nel passaggio dal mondo antico alla nostra epoca, infatti, si era verificato un capovolgimento di prospettive nel concetto di «verità» e di «valore», soprattutto nel medioevo, con una accelerazione sempre più esponenziale delle problematiche conseguenti dall’età industriale ad oggi. Durante tale percorso, il fondamento dell’agire intellettuale (dal greco theoria e dal latino contemplatio) non fu più pensato come il fine cui inscrivere l’agire pratico, ma quale strumento operativo di questo, secondo l’asserto baconiano che «scientia est potentia». L’anamnesi è da ricercarsi nell’accezione della parola ebraica ‘emet, che significa “compiere ciò che Dio ha assegnato”, il che implica piuttosto la pratica della verità nel FATTO (manipolazione) che nel FARS I lo svelamento di essa (alétheia), com’era nel pensiero greco. Dio avrebbe posto l’uomo nel mondo perché ne fosse il dominatore, quindi “fare la verità” corrisponde ad obbedire il comando, cioè “diritto al dominio”. Il progetto scientifico viene così inserito nell’orizzonte teologico come idea di progresso... e poiché il mondo giudaico-cristiano - diversamente dal cosmo greco, che c’è sempre stato - è creato ex nihilo, la verità esatta si compie ex actu, a mezzo della parola, dunque la realtà si domina nominando le cose . Ma dietro questa volontà ‘adamitica’ di assumere magicamente attraverso il “nome”, si scorge ancora la sotterranea angoscia del nostro progenitore di controllare l’Incalcolabile.
(8) Con l’idea di “principio” e di progressione, il tempo si fa lineare, annunciando un “senso” e una storia che tuttavia non si compie se non oltre il “tempo”. Questa concezione di “attesa” o di non presenza, lascia libero campo ad ogni “opportuna” reinterpretazione del mondo e di quei limiti normativi dell’antica Giustizia (Ananke e Dike) oltrepassando i quali è l’uomo stesso a non consistere di alcun valore che debba essere salvaguardato, egli stesso ridotto a COSA dalla “legge” che impone il dominio.
Date queste nuove e contraddittorie premesse, consegue che la “verità” è predisposta, non più effetto o valore di relazione, e che la ‘colpa’ viene dall’inosservanza di quella “legge”, non dalla “logica” della sua giustizia né dalla eticità del dettato (da ethòs: luogo in cui l’uomo vive la sua verità di uomo), per cui si esplicita una asincronizzazione tra la morale tecnica (i linguaggi) e la morale delle intenzioni, con ulteriore divaricazione tra il sentimento e la comprensione. Risulta evidente il depauperamento del concetto di lógos... e, se da un lato la scienza autonomizza i propri saperi a scapito dell’Intero, la religione vigila sulle interpretazioni quale strumento di potere sulle co-scienze. Si inferisce che il dolore e la colpa non sono più ascrivibili alla non conoscenza del Bene, come affermava il filosofo greco, ma alla “disobbedienza”, e che pertanto non è colpevole chi irresponsabilmente “obbedisce”, ma è “responsabile” il trasgressore. Il soggetto, che è così predicato, già non esiste più, e con esso è dissolta la ragione e il torto della sua abdicazione, perché ora è il linguaggio “tecnico” a dissociarsi dall’Io.
Gli apparati ideologici e i riti della nostra “cultura”, frattanto, in attesa che un ecolinguaggio ripristini una ecologia della mente, residueranno ancora nella struttura ‘tecnonomica’ che la nostra imprevidenza ha elevato a modello totalizzante, ma senza alcuna influenza sulle dinamiche della sua realtà sovrapposta, né efficacia rappresentativa nell’additare le condizioni di cui la cultura stessa è colpevole ma non confessa. Il feticismo tecnologico ha condotto alla commutazione dell’ordine naturale nel costrutto dell’artificio, mentre l’alienazione di sé e l’identificazione dell’Io col SISTEMA han deificato il MODELLO, reificando l’uomo al suo estremo servizio...
Così, nel mondo artificiale pianificato dall’uomo, il “Creatore” è stato sostituito dalla proiezione del suo MODELLO falsificato e la “creazione” dal MANUFATTO, sicché, a distanza di 25 secoli, Prometeo resterà incatenato alle teorie di A. Smith e di A. Comte, che, agli albori dell’età industriale, profetizzano all’“homo oeconomicus” il PROFITTO infinito...
(9) Da T. Adorno a E. Severino, senza dimenticare M. Weber, K. Jasper, M. Heidegger, M. Marcuse e molti altri, la filosofia recente ci avverte che una cattiva relazione introduce una cattiva sostanza, che a sua volta riflette una cattiva (co-) scienza. La perdita di connessioni tra i diversi linguaggi in tutto si corrisponde alla perdita di referente tra i singoli valori, e Nietzsche sintetizza affermando che i “valori” di cui si parla sono alibi strumentali alla egolatria del SISTEMA... e aggiungerei che, se ‘conoscenza’ è l’arte di distinguere senza che venga elusa la realtà dell’Intero, allora il sapere che vi sia sconnesso non costituisce SAPERE... così come un valore che non vi sia riferibile non è VALORE.
Dunque nessun linguaggio può assentarsi dalla relazione fondamentale senza destituire i termini del suo concepirsi, perché in tal caso non sarà più il Tutto ad assegnare le parti, bensì la parte al Tutto, invalidando qualunque prospettiva umana che la parola abbia mai evidenziato. Frattanto, in un contesto i cui ordini di grandezza soverchiano i suoi strumenti, il pensiero dell’uomo si attarda alle soglie dell’età industriale, sempre più divergendo da un agire pratico che lo agisce... mentre Capitalismo e Comunismo, dottrine umanistiche, e dunque preindustriali, sono l’ultima prova della insostenibile ambiguità delle sovrastrutture ideologiche. Nate, infatti, con le rispettive esigenze di “controllare l’avidità” e di “limitare lo sfruttamento”, sono entrambe fallite. Ma la prima, già collusa al MODELLO tecnologico dal XVIII sec., sopravvive ancora, mentre l’altra, superata dalla esponenziale crescita dell’economia occidentale e dal tardivo affiancarsi alla LOGICA DI MERCATO, è sepolta.
Osserviamo, pertanto, il “ricompattarsi” a livello mondiale del SISTEMA sopravvissuto, e l’irrazionalità efficientista che lo produce “razionalmente”... se è vero che soddisfare i bisogni essenziali dell’uomo è posto definitivamente in sottordine rispetto alla SUA capacità produttiva e alla varietà delle merci; che, rinviando all’inessenziale, riproducono il “fabbisogno”, incatenando il soggetto alla volontà del PRODOTTO.
Dunque non è sufficiente adeguare i consumi alle necessità di ciascuno, bensì occorre che si consumi per alimentare il “bisogno”. E’ così che il CONTROLLO esibirà il SUO potere indirettamente: non più mediando i valori e le conoscenze, le relazioni e gli affetti, ma attraverso una teologia delle merci che fa coincidere la PERSONA al feticcio che lo individua. Tale il nuovo DOMINIO.
(10) Ma nel generale impoverimento delle risorse a disposizione, si fa “irrinunciabile” un tipo di produzione che non abbia i suoi limiti nella capacità di spesa dei singoli... Di qui la scelta di investire negli armamenti, disponendo le condizioni di uno stato di guerra permanente che “ottimizzi” la produzione “minimizzando” la redistribuzione sociale delle risorse accumulate. Il fantasma evocato di una minaccia fittizia giustificherà “eticamente” tanto l’offesa preventiva quanto la sottrazione, e la paura del “nemico e(s)terno” renderà auspicabile la contrazione delle libertà civili. In tale orizzonte tutto il “senso” è NON-SENSO, poiché la TECNICA non ha bisogno di premesse etiche - che lascerà alla politica reinventare - per affermare di esistere, giacché il suo COGITO è indipendente da ogni riferimento, e la sua “verità” consiste unicamente nell’esercizio dei propri mezzi, dunque nella rimozione del “senso” e nella provvisorietà del dato. È in questi momenti che le GRANDI DEMOCRAZIE rivelano l’inconsistenza dei propri “valori”, posti unicamente a garanzia dei profitti... Si spiega, altresí, l’analogia di tutte le demagogie e le etichette politiche, che in un sistema di rappresentazione ANCORA binario debbono mostrarsi in “opposizione”, pur essendo parimenti funzionali alla conservazione e alla prassi dello stesso MODELLO cui sono soggetti.
Viene così occultato, in un pregresso dualismo concettuale che sembrerebbe un FARSI, il TOTALITARISMO LOGICO che risiede nel FATTO. I grandi numeri delle due guerre mondiali e le atrocità successive, inoltre, da conseguenze si fanno cause di per se stesse, e quotidianamente ci inducono a quella indifferenza che volge in nichilismo attivo (reazione sadica) e passivo (rassegnazione e fuga dalla realtà).
Ma il non-volere, o il non poter vedere, aumenta il divario tra il sentire e l’agire, allontanando da ogni forma sociale di autentica partecipazione e inaridendo quelle facoltà intuitive che sono al servizio della vita. Perciò la COLPA non è tragica in sé, ma tragico è spegnere la percezione e la fantasia, quella perdita di empatia che ne perpetua gli effetti... E se intendiamo rifiutare la conclusione, dobbiamo accogliere il principio di un riequilibrio che, a partire da noi, interdica la CAUSA.
Ristabilire la «relazione interrotta» tra gli ecosistemi umano e ambientale, e tra ecologia della mente ed ecologia sociale: è questa la ‘Via’. Ma, perché ciò sia possibile, occorre sottrarre la Tecnica alla logica mercatistica dell’economicismo globale... e dunque alla MONOLATRIA del “PROFITTO” che ne amplifica mostruosamente il contagio.
(11) Di tale causa e di tali colpe riassumiamo le conseguenze: L’1% della popolazione possiede il 57% della ricchezza mondiale, lasciando in retaggio al restante 99% il DEBITO del saccheggio e il peso dell’insolvenza... A ciò si aggiunga che, mediamente, l’uomo occidentale brucia risorse 25 volte maggiori che nelle restanti aree, producendo scarti e danni corrispettivi. La questione dell’incremento demografico, inoltre, benché attenuatasi negli ultimi due decenni, com’è confermato da J. Rifkin ed altre voci autorevoli, evidenzia anch’essa l’irresolvibilità dei problemi connessi all’alimentazione, alla sanità, alla alfabetizzazione, alla desertificazione del pianeta e alla sete, ai conflitti etnici e religiosi (che sono la perpetuazione di causa/effetto del MALE antico, camuffato di integralismi), fino all’esaurimento delle risorse energetiche e, più in generale, all’universale degrado dei rapporti umani, che si estremizza nelle piaghe sociali delle nostre città. Frattanto, il ritmo di estinzione della natura è 1000 volte superiore alla sua capacità di rigenerarsi. Se poi volessimo far cenno al testo biblico, dovremmo constatarne i retroattivi effetti nella questione palestinese, ad esempio, o in quella pretesa all’imperio delle potenze industriali che autonomizza il “sapere tecnico” al punto che l’arroganza ha soppiantato il diritto e l’impunità la giustizia. Incompatibile al CALCOLO, infatti, la Giustizia è esclusa dalle variabili provvisorie, che non prevedono fondamenti ma PURE DETERMINAZIONI. Risultato oltraggioso per CIÒ che si era posto quale CANONE definitivo, e che si è risolto nella soggettività dello SPRECO e di una mattanza che non ha fine giacché, anteponendo a noi stessi un MODELLO di vita che non risponde più della «vita», nessuna vittima è troppo illustre, alcun limite inoltrepassabile. Dovremo dunque ricondurre alla salute dell’Uno la complessità invalidante, perché l’autentica solidarietà e fratellanza sono impossibili finché un tale Linguaggio non ci appartenga. Tutto questo ci indica un Valore implicato, dell’esperienza, non riducibile a codici e libri mastri, che non può essere quantificato ma soltanto vissuto, e che perciò resta intimo ed essenziale: compreso perché operante e operante perché compreso nella Relazione fondamentale, il Modello infalsificabile.
(12) Infatti, se il linguaggio è vissuto, l’intensificazione dell’esperienza rende oggettivo l’esserci del soggetto, manifestando il «valore» nella parola... una parola nuova perché ancora portatrice di «senso». Orizzonte di senso... che è l’antitesi degli a priori il cui significato è già inscritto nella volontà del SISTEMA e dei suoi apparati... dunque ampliamento delle facoltà intuitive, un destarsi alla relazione che ci chiama ad ‘essere’ compresenti. E forse in questo sta l’Arte, quale espressione incommensurabile del «Fare tecnico», quale vincolo naturale tra logica e fantasia; ciò che in linguaggio alchemico vien detto «Via Regia», poiché superando il guasto di un dualismo arbitrario riconverte all’Uno la via secca dell’intelletto maschile e la via umida dell’intuitività femminile...
Che si dispiega, poi, nella capacità di vivere nel presente preparando il futuro.

CONCLUSIONE. Ma se i poteri han forzato il soggetto per controllarlo, e se la tecnica lo ha decostruito perché non ne ha più bisogno, con l’Io svaniscono tutte le sue proiezioni, teologiche ed ideologiche, coi linguaggi che vi sono connessi, lasciando in escusso il Testo originario che avrebbe potuto spiegarci perché le cose sono andate in un modo e non altrimenti... E perché l’arte, la vita, la gioia sarebbero fondate sul niente ed, anzi, sarebbero NIENTE. A questo punto «nientificare il NIENTE» non è più abbastanza, perché l’errore che non è denunciato si ripropone nella memoria delle generazioni successive... E se la fede può essere inganno della ragione, occorre dire che la ragione è una fede ingannata, perché la TECNICA ci concesse di sopravvivere, ma soltanto i vincoli solidali che ci legano al Tutto assicurano la dignità di vivere e la civiltà del con-vivere.
È per salvare se stesso, allora, che il CAPITALISMO dovrà negarsi, interrompendo il circolo vizioso che ha devastato l’ambiente e automizzato e atomizzato l’uomo, reinvestendo i suoi utili per sanare il dissesto ecologico della terra e delle coscienze. Forse conosceremo una nuova era in cui il Profitto sarà custode dell’Utile bene-inteso e non più teologia dello spreco.
Abbiamo coltivato un sogno e non l’abbiamo compreso... Ci è stato offerto un Dono e non sapemmo riceverlo. Dovremo, dunque, reinterpretare noi stessi, dobbiamo intendere questa «Scienza»... Apprendere l’arte che non offenda la Natura né l’Uomo.
Nota Il presente saggio si avvale di alcune considerazioni del filosofo U. Galimberti (“Psiche e Techne”).



Prof. Giorgio Bosco
Ambasciatore Roma

LE NAZIONI UNITE PER LA PACE

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha rappresentato e rappresenta il più serio tentativo della comunità internazionale di realizzare la pace mondiale. In precedenza non era stato possibile giungere a tanto; il Patto della Società delle Nazioni, all’indomani della P guerra mondiale, era arrivato a prevedere un “periodo di raffreddamento” di una controversia fra Stati, ma non si spingeva a vietare il ricorso alla guerra. Oggi l’art. 2 par. 4 della Carta dell’ONU mette fuori legge sia la minaccia che l’uso della forza.
Ciò, naturalmente, non ha impedito l’insorgere di conflitti locali, che peraltro sono rimasti circoscritti e non hanno assunto una dimensione mondiale. La Carta dell’ONU ha previsto situazioni del genere, ed ha affidato al Consiglio di Sicurezza il compito del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, al quale è dedicato il Capitolo VII della Carta stessa. In questi sessant’anni i “blu” delle Nazioni Unite sono intervenuti numerose volte per operazioni di “peace making”, “peace keeping” e “peace enforcing”, dal Congo al Libano, da Cipro a Timor Est, e al riguardo un’esposizione completa occuperebbe lungo tempo.
Si sottopongono pertanto all’attenzione dell’uditorio due delle più importanti realizzazioni delle Nazioni Unite per la pace: l’istituzione, ad opera del Consiglio di Sicurezza, del Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia, e del Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nel Ruanda. Nello stabilirne l’esistenza e il funzionamento, il Consiglio di Sicurezza ha agito espressamente in base al citato Capitolo VII, ritenendo che i due organi giudiziari arrecassero un importante contributo alla pace e alla sicurezza internazionali. Ciò ha avuto come conseguenza, da un lato che i Tribunali fanno parte del bilancio delle Nazioni Unite e godono degli stessi privilegi e immunità; dall’altro,
che gli Stati membri dell’ONU sono giuridicamente obbligati a cooperare con i Tribunali per assicurarne il regolare funzionamento.
L’intervento prosegue e si conclude accennando all’attività dei duo Tribunali, nonché al contributo dell’Italia a tale attività. Tribunali fanno parte del bilancio delle Nazioni Unite e godono degli stessi privilegi e immunità; dall’altro, che gli Stati membri dell’ONU sono giuridicamente obbligati a cooperare con i Tribunali per assicurarne il regolare funzionamento. L’intervento prosegue e si conclude accennando all’attività dei duo Tribunali, nonché al contributo dell’Italia a tale attività.



Prof.ssa Julie Oswald
Ambasciatrice alla Cultura - Milano

La Cultura: Espressione di Pace e di Concordia tra i Popoli.

Ripercorrendo la Storia dell’Uomo nei secoli e millenni che ci separano dall’inizio delle sue prime forme di espressione di intelligenza, di rappresentazione dell’ambiente e di manifestazione di emozioni interiori, è innegabile che la progressione dei Popoli verso una serena convivenza reciproca ed in armonia col Mondo nella sua globalità, non sia stata sempre lineare né priva di ostacoli, pause e, a volte, anche di fasi di arretramento o regressioni.
Prove ne sono anche le diverse velocità con cui Popoli a volte vicini tra loro per geografia, hanno percorso in modo diverso i cammini di civiltà che avrebbero potuto e dovuto essere caratterizzate da somiglianza di usi e costumi e, quindi, di mete accomunanti ogni loro componente.
Ma non voglio, di certo, qui rammentare guerre di strade e città né dissidi politici né far riferimento alle tante forme di oppressione sociale, attuali o passate, che tutti noi conosciamo per cultura acquisita o per esperienza diretta e personale, bensì sottolineare come, a ben cercare tra i libri di storia e nella nostra memoria, ogni qual volta gli Uomini hanno voluto accelerare in senso costruttivo i percorsi evoluzionistici rispetto agli altri esseri che (con pari diritti) condividono la vita sul nostro Pianeta e – forse – nell’immensità dello Spazio che ci ospita, hanno dovuto far ricorso a manifestazioni di una Forza di ben altra consistenza, durevolezza e incisività nelle menti umane: quella della Cultura.
La “Cultura” con la C maiuscola è il mezzo più idoneo ad esprimere
l’intimo desiderio di pace che ogni individuo può facilmente scoprire in sé stesso e
nei suoi simili.

Una delle più immense biblioteche – oltre 500.000 i rotoli conservati ad Alessandria d’Egitto! – costruite dall’Uomo in epoche da taluni considerati troppo “antichi” per poter confrontarli con la nostra epoca così tecnologica, finì distrutta dal fuoco e, forse, dall’incapacità dell’uomo di allora di garantire l’incolumità della memoria trasmessa ai posteri! E però era stata costruita ed era nota a tutti i Popoli di allora e la fama è giunta fino a noi!
La “Cultura” con la C maiuscola è il mezzo più idoneo ad esprimere concordia fra i popoli.
E’ un’affermazione positiva e non gratuita! Non parliamo di nozionismo e di apprendimento culturale allo scopo di stupire gli altri.
Fare e dare Cultura deve essere una filosofia di vita allo scopo di garantire un consolidamento del nostro spirito per il bene comune.
Purtroppo, tra i Popoli anche moderni fa fatica ad emergere questo spirito di dedizione individuale alla vita di una società evoluta e complessa, in quanto da centinaia di anni l’uomo spreca tempo a combattere per le cose più effimere.
E se la guerra è notoriamente uno stimolo distruttivo che nasce più dai governanti che dai loro popoli, oggi si vedono anche altre forme di comportamenti individuali ed associativi che si allontanano dalla cultura quale metodo di vita utile alla comunità civile.
Il commercio ed il lucro raggiungibile con il libero scambio di prodotti e servizi senza alcun contenuto di Cultura, ha ormai assunto nel mondo i confini del “tutto è permesso”.
Si scambiano alla luce del sole prodotti agresti, industriali, artigianali e purtroppo anche elisir falsi e bugiardi. Manca proprio lo sforzo e la ricerca dell’acculturamento dello spirito rivolto al bene comune ed al rispetto dell’ambiente, della persona, dell’animale. Si leggono, si sentono fatti rivoltanti. Accadimenti che falsi profeti benedicono pur essendo lo specchio di una società che vuol mantenere i propri privilegi. Questo lo registriamo nella cosiddetta civile Europa, nelle Americhe, in Asia, in Africa ed in Australia.
Sarebbe ora che tutti i popoli, osannati al proprio Dio, imparassero la lezione che la storia ci ha trasmesso. Dall’uomo delle caverne sono passati migliaia di anni e guardandoci attorno potremmo affermare, senza ombra di smentita, che non sempre l’uomo si affida a Dio. Vuol fare da sé! Vuole sbagliare? Certamente no. Eppure… Così sembra in tante e tante occasioni.
Certo è che di fronte ai problemi odierni forse un aiutino, da parte di Colui che tutto può, servirebbe e come! Siamo essere limitati e convertiti da una società che non segue più i precetti del Signore “IDDIO”, ma pedestremente ci lasciamo trasportare alla deriva dal vento che di volta in volta spira verso mete fragili e non durevoli.
Questa umanità deve risollevarsi e tornare a guardare alle stelle. E può farlo solo coltivando la memoria positiva del passato, ciò che è fondamentale per preparare il futuro di una comunità gestendo il presente con una visione costruttiva. Che, a sua volta, è possibile solo diffondendo tra i giovani e trasmettendo ai posteri i messaggi positivi di un Popolo o dei Popoli, la cui interconnessione deve essere l’espressione di pace e di concordia che ci detta il nostro spirito coltivato quotidianamente nel vasto mare della Cultura in tutte le sue manifestazioni.



Prof. On. Alfredo Arpaia
Presidente Lega Italiana dei Diritti Umani (L.I.D.U.) - Roma


I Diritti Umani nelle Nazioni Unite

Parlare di linguaggio comune in un mondo che vede sempre più divaricato il rapporto tra gli uomini ed i popoli, può sembrare, a prima vista, velleitario. Tuttavia, tenuto conto che l’umanità ha da sempre avvicendato momenti di decadenza a momenti di miglioramento, vale la pena di affrontare l’argomento con la convinzione di non perdere la speranza in una ripresa e di adoperarsi, nei limiti delle proprie possibilità, per favorirla.
Senza dubbio, la scelta di un linguaggio comune capace di favorire l’incontro tra uomini che hanno dimenticato il valore del dialogo e della fratellanza, è fondamentale per la comprensione e la conoscenza reciproca. Ma la fonte da cui far scaturire il linguaggio che non offende, deve essere limpida e cristallina.
La dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite promulgata il 10 dicembre 1948, ha tutte le caratteristiche per rappresentare un modello adeguato a dare una risposta ai problemi che affliggono l’umanità e parlare con la forza, il prestigio e l’autorevolezza derivanti dal consenso e dalla partecipazione alla sua formulazione di gran parte degli Stati del mondo.
Essa adopera un linguaggio che è testimonianza sincera di un ideale di pace e giustizia; un linguaggio che ha caratteristiche tali da poter essere accettato, se non da tutta, da gran parte della collettività umana; non risponde ad interessi particolari; esprime valori e principi fortemente e ampiamente sentiti nella società; porta un messaggio di armonia, fratellanza e umanità; ma soprattutto ha quelle caratteristiche di universalità in grado di superare le barriere della discordia, degli egoismi, dei nazionalismi.
Ma, i Diritti dell’Uomo, onestamente intesi, senza strumentalizzazioni e adeguamenti ad interessi di parte, trovano numerosi ostacoli durante il loro cammino. Il mondo oggi è attraversato da fenomeni tumultuosi che alterano profondamente i rapporti umani. Un processo di globalizzazione che dovrebbe ridurre le distanze tra la grande ricchezza e la grande povertà, tra miseria e benessere, favorisce l’accumulo di capitali delle grandi organizzazioni finanziarie. La ricerca scientifica e il progresso tecnologico non vanno di pari passo con la tutela dei Diritti Umani.
La violenza, la provocazione, gli abusi, sostituiscono l’incontro, la tolleranza, la solidarietà.
Il Diritto internazionale, frutto delle intese tra gli Stati, ha bisogno di continui aggiornamenti per adeguarlo alle realtà geopolitiche in continuo movimento.
La stessa Organizzazione delle Nazioni Unite, alla quale sono state affidate le speranze dell’umanità,trova difficoltà, a rendere effettivi i provvedimenti che emana, nel tentativo di sedare i conflitti tra i popoli. E l’Europa, dalla quale ancor più il mondo si aspetta iniziative e azioni di pace in conformità delle proprie tradizioni e della civiltà che esprime, frena l’evoluzione giuridica dei Diritti dell’Uomo che dovrebbe sempre più efficacemente contribuire a rendere effettiva la tutela degli stessi.
Il dialogo, quindi, attuato attraverso il linguaggio dei Diritti Umani, che si riporta ai principi della libertà, tolleranza, solidarietà, e umanità, che non concede nulla al compromesso e al mercanteggiamento, è necessario per raggiungere quegli obiettivi di pace compresi nel messaggio universale della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
L’idea di una comunità mondiale fondata non più sulla paura, ma sull’appartenenza ad una stessa natura e una stessa dignità, conferisce ai Diritti dell’Uomo la loro autentica universalità.

 

 

 Salvatore Bassotto
Rettore e Presidente Internazionale
Università della Cultura “Giovanni Paolo II”

   
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